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28 gennaio 2009

MEMORIA...

...semplicemente


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23 settembre 2008

DESTINI DI LUCE...

Erano le 05:56 del 27 agosto quando la primissima luce del mattino bucava la penombra col suo sottile fascio di colori caldi, arroventati: luce fresca e incontaminata, prima esitante e timida, poi sempre più decisa e audace fino all’esasperazione della propria luminosità, tramutatasi per pochi istanti in qualcosa che non era più solo luce, prima di riempire la stanza di ciò che comunemente si chiama giorno...
Solo tre minuti dopo, la lama - d’un arancione violento, quasi rosso - colpiva il pavimento con fermezza, ritagliando nello spazio geometrie nuove: un effimero orizzonte che dissipava l’oscurità col suo piccolo segmento di fuoco.
Un paio di minuti ancora e si sarebbe spostato oltre, sbiadito, stremato dal vigore di luce che l’aveva generato dal nulla con un gesto gratuito, per assorbirsi infine nell’aria mattutina, cedendo lentamente, ma inesorabilmente al suo destino di orizzonte e di luce.
Un piccolo miracolo del giorno o della notte che si ripete per pochi istanti puntualmente ogni ventiquattrore - che racchiude l’eternità del tempo, quasi mai dello sguardo.


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14 settembre 2008

FESTIVALETTERATURA 2008 2 / ARTE SULL'ACQUA

I vari festival che si sono susseguiti instancabili in questo mese – l’uno dietro all’altro, quasi a farsi concorrenza; vorrei tanto capire il perché! – non si sono mai limitati soltanto al loro campo d’interesse principale, ma, come tutti gli anni (accade sempre più che è una cosa bellissima), si sono ampliati fino ad incontrarsi ed intrecciarsi meravigliosamente con altri saperi ed espressioni in sperimentazioni tanto ardite quanto gradevoli e assolutamente innovative per un pubblico che sembra letteralmente voglioso, “assetato di senso” (scusate la banalità del termine, ma spiega bene il problema), per la carenza ormai cronica di questo fiore raro nel deserto di volgarità e d’insensatezza in cui si vive...
E non poteva essere altrimenti, visto che in un tempo così complesso come il nostro, nessun ambito può vantarsi di comprendere davvero tutto, ma ciascuno illumina soltanto alcuni aspetti d’ogni cosa, lasciando (per fortuna) molto altro a competenze diverse, apparentemente distanti anni luce, ma appunto, solo apparentemente: più ci si muove in profondità dalla superficie delle cose e dalle svariate incrostazioni verso il loro fulcro più intimo, più sembra esserci convergenza: la sostanza è semplice, spoglia; non è sorprendente, non è meraviglioso...? Scusate, sto divagando...
Così Mantova non è stata solo letteratura, e Sarzana non è stata solo mente, e Modena non sarà solo filosofia, ma anche paesaggio naturale (sì, davvero stupendo dentro e fuori città – parlo di Mantova, ma su questo tornerò), paesaggio umano, sapori nuovi o dimenticati e riscoperti (ah, la focaccia di Recco a Sarzana, una libidine, o la torta sbrisolona e i gelati artigianali di Mantova...!), visioni, musica, creatività... Cose nuove e talvolta anche spiazzanti, anche discordanti con le nostre più consuete e rassicuranti, perché no. La vera creatività non è mai omolog-ata/ante, non è mai regolare, mai tranquilla... fa storcere il naso ad alcuni... Sto divagando ancora...
Tutto, per questo breve racconto a immagini (pazienza per la qualità ché le pile della mia macchinetta erano in esaurimento – l’idea c’è stata e la volontà pure!) d’un paio d’installazioni di giovani artisti ed una piccola mostra fotografica che quasi faceva da pendant ad una delle due. Non mancano certo le didascalie, ma credo interessino meno. Lascio il commento alla nostra fantasia e all’intuito.
L’ultima immagine non c’entra, ma ogni anno m’incanta.
 
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8 settembre 2008

FESTIVALETTERATURA 2008 1

Località Grazie nello splendido Parco naturale del Mincio, ideale luogo di quiete in cui ritirarsi per lasciar decantare le parole e le idee accumulate durante gli incontri con gli autori (davvero tante), scegliere il meglio da tenere e da far crescere con cura, affidando il resto al proprio destino di parole e d’idee...

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10 agosto 2008

NOTTURNO 2

Paradosso d’un chiarore notturno

d’un improvviso nitore azzurro

degli occhi e del pensiero

quando la notte ti si fa specchio

qualità inconfutabile

del buio e del silenzio

aggrappati

alla tenda sinuosa

alle pagine del libro

alla vestaglia consunta

appesa al chiodo

un poco mossa dalla brezza

prigionieri

per la metà del tempo

del giorno che incombe

chiassoso e chiacchierone

che nascerà

che crescerà

e troppo presto finirà

*

















 


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8 agosto 2008

NOTTURNO

C’è una qualità di luce
anche nel buio
più silenziosa e discreta
a volte muta:
quando il lenzuolo s’illumina
e la parete bianca respira
quando il nero dissipato
non spaventa, ma acquieta
e le ombre tornano
serene proiezioni delle cose;
cose sensibili e concrete
semplici cose amiche
intime, ma non segrete
necessarie e care
come il pane quotidiano

*



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19 giugno 2008

REGISTRO DI CLASSE

A Silvia

E io non posso dirti certo
che la sabbia coprirà le nostre strade
posso solo risponderti che è bello guardare
e giocare e imparare che è proprio
da questo sgomento
che la vita ogni giorno più insorge
e come piace te, sì,
rinasce il tutto.

Sandro Onofri, 1999

*

Sono solo alla sua primissima lettura, ma Sandro Onofri mi sta chiaramente conquistando, rivelandosi fin dalle prime pagine una sorpresa piacevole, toccante, profondamente umana. L’idea poi che questa narrazione sarà la sua penultima, se non addirittura l’ultima, aggiunge nuova malinconia ad uno stile di scrittura già in partenza piuttosto sfiduciato e pessimistico, spesso ahimè profetico.
Onofri scomparirà prematuramente a 44 anni per malattia pochi mesi dopo il suo ‘Registro di classe’ che uscirà postumo assieme ad un altro testo e qualche articolo trovati dalla moglie Marina nel suo computer. Il riferimento è al ‘registro’.
A me che lo scopro solo adesso, dopo una raccomandazione indiretta via radio, sembra già di conoscerlo, meglio come uomo che come autore, più per i discorsi così sensati e sensibili che attraversano il suo - chiamiamolo pure come lui lo chiama - ‘registro di classe’, che è sostanzialmente un diario: il diario d’un sensibile e attento professore di lettere in due classi di liceo nella periferia romana nell’anno 1998; l’accorata testimonianza d’una stagione turbolenta, l’adolescenza, in una zona turbolenta, la periferia della capitale, in anni turbolentissimi, i nostri.
Sogno e disincanto, realtà e illusione, maturazione e regressione, gioia e tormento della vita vera, paura e fuga, estrema miseria dell’essere e sua improvvisa immensità... C’è tutto, davvero tutto nel ‘registro’, questa volta inteso nella sua seconda accezione, di linguaggio: di gergo studentesco, giovanile, di periferia, di chi “‘a professo’...”, di chi indossa i calzoni e le scarpacce da rapper con stupida fierezza, senza sapere, povero ignorantello, d’essere proprio in questo, debitore del negro che detesta e scaccia...
Ma anche l’adulto, il genitore, il professore, che quando non è afflitto dalla stessa ignoranza o dal pregiudizio, non si preoccupa affatto di ricordarglielo, se ne strafotte...
Dicevo dunque di sentirmelo vicino Onofri; affine e già caro, forse più per il contenuto con i tanti rivoli e rimandi che per la scrittura lucida e semplice, eppure così profonda nell’analisi di persone e accadimenti; spesso ironica e amara; altre, anticipatoria, poi disillusa e dolente nelle scoperte-riprove; sempre alla ricerca di qualcosa che va oltre l’immediata evidenza, eppure sempre fattuale, pertinente e di sorprendente sensatezza (senso comune). Già...
‘Registro di classe’ apre con un esergo struggente, ma pieno di grazia, anche se non si sa chi sia Silvia, né perché ha avuto in dono tanta bellezza di parole e di spirito...

*

by Emme, 2008

17 giugno 2008

KUOTONG

Kuotong (versione ultima, più giusta e spero definitiva del nome!) è il mio nuovo, bellissimo amichetto! L’ho conosciuto una settimana fa al mercato, talvolta luogo di curiose meraviglie del quotidiano più comune. Segue i genitori ‘bancarellisti’, passando le ore seduto comodamente in mezzo alla merce stagionale, variopinta e varia da capogiro (magliettine, top, pantaloncini, pantaloni, intimo per tutti, ma proprio TUTTI: grandi, piccini, mediani, uomo, donna, bambino; davvero mancano solo gli indumenti per animali e poi, non trascurabile, tutto o quasi, va da ‘uno a tle eulo, signola!’).
Quando non rovista nella bancarella di proprietà con tanta, inesauribile curiosità (ma anche molta serietà), Kuotong si diverte a guardar passare la gente. Ogni tanto, i suoi begli occhi a mandorla s’illuminano per cose a noi assolutamente precluse; cose che sanno solo i bimbi piccoli come lui... oppure, spariscono dietro alle guanciotte piene quando si mette a ridere a crepapelle. Farlo ridere non è affatto difficile, ma lui ha comunque i suoi sistemi: se il tempo rallenta troppo, butta qualcosa in aria e il sorriso fa presto a tornare. Se neanche questo funziona, un sonnellino lo si può sempre fare, magari anche... ‘qualcosina’ in più, basta essere ‘discreti’; tanto, lui vende sempre, ché da quando ha fatto la sua simpaticissima comparsa al mercato, le vendite vanno a gonfie vele!
E... la faccia?, mi si dirà. Beh... la sua è una gran bella faccia, da gran monello soprattutto, inutile dirlo, ma lui ormai è un divo; ha conquistato il mercato! Tanto, che la sua mamma ha deciso di chiamarlo... Steven! E’ tornato Kuotong (e lei Ifan, nome d’un fiore raro, da... Ivana!), solo quando le ho fatto notare che un bimbo cinese così bello, non poteva non avere il suo bellissimo nome rigorosamente cinese! 'Nome cinese c’è, signola, c’è, Kuotong!'.
Ok. piccolo, domani o dopo, devo ricordarmi di portarti la tua foto; e rubartene ancora una! Xiéxie! :))

*




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7 giugno 2008

Papaveri e dintorni:

Un infinito racconto stagionale:

Quest’anno la stagione dei papaveri sembra non finire mai, dice un amico, ma senza aggiungere altro. Meglio così dunque... oppure no?

Che io sappia, i papaveri piacciono a tutti: così appariscenti eppure umili, così eleganti eppure semplici, così selvaggi eppure naturalmente educati e civili, così integralmente e appassionatamente rossi, così belli; ma anche delicati, effimeri, come delicata e breve è la stagione che vede la loro nascita. Una cosa che piace, come potrebbe sembrare infinita...? Le cose belle sono sempre brevi; è il loro destino, la loro e, in questo caso, anche nostra dannazione.

Nella mitologia Greca, Morfeo, il dio del sonno e dei sogni (o realistiche illusioni, se vogliamo), viene rappresentato con un fascio di papaveri fra le braccia. Cosa ne faceva? Li strofinava sulle palpebre dei (non ancora) dormienti, producendo il noto e non così scontato effetto della notte, il sonno benefico e riparatore dei guai del giorno.

In araldica, il papavero è assunto come simbolo di giustizia e come tale portato dai magistrati, perché le celle del suo capo sono divise giustamente.

Ma a vedere i papaveri poeticamente (e tristemente), fu un medico canadese, John McCrae, durante la Prima guerra mondiale. Nei campi del Belgio dove l’umile fiore cresce in abbondanza, lui vide fiorire non solo tanti papaveri, ma anche cadaveri (rima curiosa e beffarda...) tra cui quello di un suo caro amico. L’omaggio all’amico e a tutti gli altri caduti in battaglia fu una poesia, In Flanders Fields (Nei campi di Fiandra), destinata a diventare simbolo d’un intera generazione, quella della Prima guerra: "In Flanders fields the poppies blow/ Between the crosses, row on row". Retorica ed esagerata quanto si vuole, ma sempre toccante.

Anche il nostro grande Faber ha saputo dialogare poeticamente con i papaveri, per lui simbolo di pace, forse anche d’altro: "...non è la rosa non è il tulipano/ che ti fan veglia dall’ombra dei fossi/ ma sono mille papaveri rossi."

Mille lo saranno di sicuro in questa immagine vagabonda trovata sul web. Come mi sarebbe piaciuto contarli quel giorno in cui in tantissimi popolavano il loro campo, ne erano la gloria... la totale rivincita del colore sulla monotonia incolore dei giorni, fosse pure per il tempo breve della vita d’un papavero.

*

 

2 giugno 2008

GENJING

La fotocartolina è riproduzione di una fotografia vera, scattata in Cina all’inizio del secolo scorso da un missionario, padre Leone Nani, testimone e anche fotografo sensibile di un’epoca cruciale, il passaggio dall’Impero alla Repubblica.

Sul retro trovo riportato in inglese e italiano quanto segue: Cina. Loto in fiore. La radice, o meglio ‘rizoma del loto’ (in cinese genjing), è commestibile.

Di mio aggiungerei che il rizoma lo assaggerei con gli occhi piuttosto che con la bocca, visto che con ogni probabilità morirò senza aver mai ammirato una simile meraviglia, mi basterebbe; il resto sarebbe solo curiosità...

La pubblicazione della cartolina, oltre ad essere un omaggio agli amici, vuol esserlo alla mia giovanissima insegnante di cinese al suo primo corso di Hànyu (la lingua del popolo Han) per italiani (ma indubbiamente anche per greci!) che a sua volta ha voluto omaggiare noi – grazie, Fede! – un paio di partecipanti tra le più fedeli ed entusiaste (oltre che le uniche presenti quella sera!) del nostro ristrettissimo corso che purtroppo s’è concluso un paio di settimane fa. Mi mancherà, ma... ho i miei progetti! ;-))

Inizialmente, questa cartolina l’avevo pensata come sfondo ad un mio articoletto senza pretese sul fascino di questa antichissima lingua-civiltà, le tante novità e curiosità strutturali, di rappresentazione e d’interpretazione che si svelano a chi volesse esplorarla, la complessità sicuramente effettiva, ma davvero perfettamente abordabile, se si decide di mettere da parte pregiudizio e timore. Poi c’è la grande sfida (ho detto sfida...?!) dell’apprendimento e naturalmente della riproduzione dei caratteri, cioè degli ideogrammi – oggi in uso ce ne sono qualcosa come 7.000, ma ad uno studente cinese bastano 3.000 – 4.000 per capire il 99% dei testi che incontrerà in tutta la sua vita. Morale per lo straniero: accontentarsi; si fa quel che si può! Se poi si pensa alla calligrafia come ad un’Arte a sé stante, delicata e affascinante, che non contempla necessariamente l’apprendimento della lingua, se si pensa che oltre ad un’Arte vera è anche una tecnica di Meditazione, allora mancherà l’angoscia della performance ad ogni costo e la sfida non sarà più tale, ma un modo intelligente e creativo per avvicinarsi ad un’esperienza ricca e completamente diversa, una crescita.

Credo di aver detto davvero poco rispetto a ciò che penso e che soprattutto sento, ma non dirò altro; c’è tempo, tornerò. Nel frattempo, è un peccato tenere una fotografia così rara e bella prigioniera del cassetto; bella anche per il significato particolare che assume per due persone diverse e distanti come età ed esperienza di vita, che 4 mesi addietro manco si conoscevano, mentre ora sono accomunate da qualcosa.

Senza la conoscenza del contesto, senza le didascalie sul retro della cartolina, avrei pensato al sogno d’un bimbo cinese d’inizio secolo scorso. Dietro il muro potrebbe esserci il dragone, comparirà da un momento all’altro; non il mostro terribile e temibile dell’immaginario occidentale, ma un animale mitologico benevolo e spirituale, portatore di prosperità e di buona sorte, d’armonia e di piogge benefiche, celebrato nell’arte, nell’architettura e nella danza cinesi. Un po’ come un nostro bimbo che coglie le margherite in un prato verde e rigoglioso col desiderio nascosto d’incontrare un agnellino.

*
 

15 maggio 2008

Fiera Internazionale del Libro 2008 - TO

Tra infiniti dubbi, discussioni e polemiche, ma certamente anche voglia di pace e di cultura – quest’ ultima, è un ottimo antidoto contro la guerra, la violenza e le loro derive - s’è conclusa lunedì scorso l’edizione 2008 della Fiera Internazionale del Libro di Torino, con una discreta presenza e partecipazione del pubblico, smentendo le previsioni piuttosto infauste che lo annunciavano di anno in anno sempre più disinteressato culturalmente e sfiduciato, questa volta anche imbarazzato e preoccupato per una possibile rivalsa da parte degli esclusi offesi.

Fortunatamente non è andata così (male), benché sicuramente sarebbe potuta andare meglio; ad esempio, mostrando una maggiore oculatezza e sensibilità nella scelta del paese-ospite ed evitando di alimentare inutilmente rabbia e proteste (comprensibili; come dare torto al malcontento della Palestina...?). Dico, non bastava ad Israele il recente e nutrito onore francese con la Fiera del Libro di Parigi dedicata anch’essa ai suoi 60 anni? – anche là però accolto con le stesse nostre perplessità.

E tuttavia, si vorrebbe tenere ben separate Cultura, intesa in senso lato e non solo come Letteratura, e Politica. Cultura e spiritualità nella fattispecie ebraiche – un mondo profondo e mirabilmente colmo di significati – e Stato/Governo d’Israele militarista, espansionista e non meno fondamentalista dei suoi peggiori nemici. Cultura con la C maiuscola che deve sfidare gli eserciti, travalicare i confini e distruggere i muri per raggiungere tutti, per essere di tutti, e Stato - guerrafondaio o bombarolo che sia, ugualmente deplorevoli.

Per questo dunque; per questo rispetto fondamentale (ma non fondamentalista) della Cultura con la C maiuscola, anche l’invito al boicottaggio della Fiera italiana, alla fine non ha avuto il consenso d’intellettuali e pubblico, nonostante qualche perplessità iniziale per le comprensibili motivazioni che stanno alla base della protesta (pro)palestinese.

Rifondazione non ha aderito, Il Manifesto nemmeno, il filosofo Gianni Vattimo invece, sì. Dario Fo, impenitente creativo come sempre, è stato alla Fiera, ma per contestarla, per dare alla protesta una voce vera all’interno della Fiera, la sua, forse l’unica: alla presentazione del suo nuovo libro, ha preferito affrontare col pubblico il discorso palestinese, ha organizzato un evento. Bravo, Dario, ci piaci così.

Il vero pericolo israeliano non sta certo nella cultura e nell’eventuale pratica dell’ebraismo, né nello studio degli insegnamenti della Torah e del Talmud (anche noi ne avremmo tanto da imparare...), da ricordare tuttavia, che tanti intellettuali israeliani sono laici. Il pericolo non ha certo il volto di Amos Oz con la sua instancabile campagna per la pace attraverso gli strumenti del dialogo e del compromesso, ricordiamo. Non ha certo il volto di David Grossman che a questa malattia ormai cronica ha sacrificato un figlio; che senso avrebbe avuto boicottarlo...? Non ha il volto di chi, nonostante la sciagura personale, non ha rinunciato alla propria posizione iniziale, davvero fa impressione: Grossman, ricordo, era stato favorevole alla seconda guerra del Libano, proprio laddove perse il figlio, Uri. E non ha nemmeno, credo, il volto dell’anziano Abraham Yehoshua, anche lui promotore concreto del dialogo, a suo tempo con la Olp e di recente con Hamas, nonostante la dichiarata, pare, simpatia dei... mattoni da muro.

Insomma, come noi anche i maggiori e migliori rappresentanti della letteratura israeliana contemporanea si dividono sulle varie questioni di politica estera e interna, spesso si dividono sulle questioni della diaspora, tutti però convergono sulla stessa cosa, l’imprescindibile necessità della Pace con la Palestina in un modo o nell’altro e l'opposizione al governo; perché non prenderne atto?

Ultima, ma non meno importante, anche quest'altra considerazione: la necessità di liberarsi dagli stereotipi e dai luoghi comuni, prima di ogni pensiero, di ogni dialogo o anche confronto. Invece si ha la sensazione ancora una volta che è andata persa un’occasione; di non pensare ormai più alla critica dell'attuale Stato d’Israele come contraria alla nascita dello stesso (nessuno la contesta) o come antisemitismo tout court; di non accettare che venga usata la tragedia della Shoah come un alibi per le efferatezze dello Stato attuale - ogni tanto si fa ed è così offensivo; di non fare di tutta l’erba un fascio; di separare nettamente i popoli dalle amministrazioni; infine, di pensare con la propria testa e anima anche contro la maggioranza, è permesso.

Aspetteremo con grande ansia-gioia-speranza anche la voce della Palestina letteraria, forse il prossimo anno. So che è una voce interessante, chissà quante cose non saprà dirci: della Palestina stessa anzi tutto, delle sue poche gioie e dei grandi dolori, ma anche di noi stessi, e perché no, di Israele anche.

Il motivo principe e assieme l’immenso miracolo dello scrivere, diceva Roland Barthes, è la compassione. Scrivere per provare, per dare compassione.

*



26 aprile 2008

PER (R)ESISTERE!

 
25.04.08

Oggi e sempre:

RE - SI - STENZA!!!

18 aprile 2008

(dis)illusioni celebri e meno celebri...

...politiche e private, non per questo meno politiche...

Diceva Gramsci: “L’illusione è la gramigna più tenace. La storia insegna, ma non ha scolari”.

Via Ballerini, Pavia, oggi 18.04.08


 




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15 aprile 2008

Una malattia incurabile (qualche riflessione a modo mio):

No, non è vero! Ditemi, vi prego, che è solo un incubo o un puzzolentissimo pesce d’Aprile che ci sia ancora Berlusconi (altri cinque anni, pietà!), che la destra più cialtrona e insolente debba celebrare nuovi trionfi, immeritati e incomprensibili, mentre la sinistra alternativa, spaesata e disadorna quanto volete, ma senz’altro onesta, debba da un giorno all’altro sparire così miseramente; uscire dal proscenio senza più volto né parole portatrici di speranza per gli italiani del nuovo secolo: qualche speranza piccola, ma concreta e fondata...

Beh... incomprensibili forse non proprio, i nuovi trionfi della destra. Qualche motivo ci sarà pure e bisognerà presto scoprirlo; forse più di uno. Ma una cose è certa, anzi due: primo, che non torneremo più a ciò che eravamo ancora fino a poche ore fa, per quanto poco convincente per non dire snervante, talvolta esasperante; secondo, che la ‘sinistra sinistra’ è stata clamorosamente sconfitta; è un fatto e tale resta. Induce però a riflettere.

Che la sinistra - con tutti i suoi difetti, le mancanze, le debolezze, l’urgenza sicura di svecchiarsi anche lei aldilà degli ideali eterni e dei sogni, scoprendo nuovi paradigmi, nuove espressioni, modi più diretti di stare veramente accanto alla gente - non si meritava un tale insuccesso (e tutto sommato, nemmeno gli italiani che non l’hanno scelta un futuro come quello che ora gli si profila), che sia andata così perché è stata sfavorita o ‘cannibalizzata’ o altro, ormai non importa granché. Occorre invece capire il perché di tante altre cose, di una soprattutto - ché a mio parere rappresenta il punto più buio di questo andazzo; ciò che esprime il pericolo più vero e il dubbio più atroce: che la berlusconizzazione degli italiani è ormai cosa compiuta; un’infezione contratta non ora, ma tanti anni fa; una malattia della mente/mentalità e dell’anima ormai cronica, ma non per questo meno pericolosa; una brutta malattia culturale dalla quale gli ammalati non vogliono curarsi; un male oscuro a cui anche i medici di sinistra, purtroppo non hanno saputo porre rimedio; peccato...


ancora Vauro




14 aprile 2008

LA MATITA

VAURO



oppure... 

G.GABER
“E’ proprio vero che fa bene
un po’ di partecipazione,
con cura piego le due schede
e guardo ancora la matita
così perfetta è temperata
io quasi quasi me la porto via.
Democrazia.”
*
Sono mo(n)di diversi di porsi dinnanzi a una matita molto importante che spesso ultimamente la si trova a tracciare cose che non ci rappresentano veramente e di cui non siamo del tutto convinti. Certe volte l’ironia, non il sarcasmo, aiuta a tenere la delusione sotto controllo prima che diventi o perché non diventi disperazione. Certe volte l’a r c o b a l e n o lo si cerca tra le nuvole. Certe volte lo si trova anche. Certe altre, può bastare la sola idea; come una futura promessa. Il futuro non delude (quasi) mai.



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24 marzo 2008

Una storiella per rinfrancarsi...

IL RAMO E GLI OCCHIALI

C'era una volta un giovane ramo di un grande albero.

Era nato in primavera, tra il tepore dell'aria e il canto degli uccelli.

In mezzo all'aria, alle lunghe giornate estive, al sole caldo, alle notti frizzanti, trascorse i suoi primi mesi di vita.

Era felice: aveva foglie bellissime, e, poi, erano sopraggiunti fiori colorati ad adornare e, dopo ancora, grandi frutti succosi di cui tutti gli uccelli del cielo potevano nutrirsi.

Ma un giorno cominciò a sentirsi stanco: era settembre...

I frutti si staccarono, le foglie cominciarono a cambiare colore divenivano sempre più pallide... Addirittura, di tanto in tanto il vento se ne portava via qualcuna.

Venne la pioggia e poi l'aria fredda, e il ramo si sentiva sempre peggio: non capiva cosa stesse succedendo.

In pochi giorni e in poche notti si trovò spoglio, infreddolito, completamente solo.

Rimase così qualche tempo, fin quando non capì che non poteva far altro che mettersi a cercare i suoi fiori, le sue foglie, i suoi frutti per poter di nuovo stare insieme a loro.

"Devo darmi da fare" disse risoluto tra sé e sé.

Cominciò allora, a chiedere aiuto a tutti i suoi amici.

Si rivolse dapprima al Mattino: "Sono solo e infreddolito, ho perso tutte le mie foglie, sai dove le posso trovare?".

Il Mattino rispose: "Ci sono alberi che ne hanno tante, prova a chiedere a loro".

Si rivolse a quegli Alberi: "Sono solo e infreddolito, ho perso tutte le mie foglie, sapete dirmi dove le posso trovare?".

Gli Alberi risposero: "Noi le abbiamo sempre avute, prova a chiedere agli alberi uguali a te".

Si rivolse ai Rami spogli come lui.

"Abbiamo tanto freddo anche noi, non sappiamo cosa dirti...", gli risposero.

Queste parole lo fecero sentire meno solo.

Si disse che, se avesse ritrovato le foglie, sarebbe subito corso dai suoi simili a rivelare il luogo in cui si trovavano.

Continuò la sua ricerca e chiese al Vento.

"Io le foglie le porto solo via, è la Pioggia che le fa crescere", disse il Vento a gran voce.

Si rivolse alla Pioggia. "Le farò crescere a suo tempo", gli disse la Pioggia tintinnando.

Si rivolse allora al Tempo. "Io so tante cose", gli disse con voce profonda. "Il Tempo aggiusta tutto, non ti preoccupare: occorrono tanti giorni e tante notti".

Si rivolse alla Notte, ma la Notte tacque e lo invitò a riposare. Si sentiva infatti molto stanco.

Mentre stava per addormentarsi uno Gnomo passò di là. Al vedere quel ramo così spoglio e indebolito dal freddo e dalle intemperie, si fermò e, un po' preoccupato, gli chiese cosa stesse succedendo.

Il ramo gli raccontò tutta la sua storia.

Lo Gnomo stette con lui. Si fermò nel suo silenzio, lo ascoltò, sentì il suo dolore.

Allora il ramo parlò ancora e disse :"Mi è sembrato di chiudere gli occhi e, dopo averli riaperti, non ho più trovato le mie foglie, non sono stato più capace di vederle".

Lo Gnomo pensò a lungo, poi capì: si tolse gli occhiali e li posò sul naso del ramo, spiegandogli che erano occhiali magici che servivano per guardare dentro di sè.

Il ramo, allora, aprì bene gli occhi e... meraviglia...!

Vide che dentro di sé qualcosa si muoveva, sentiva un rumore, vedeva qualcosa circolare. Provò ad ascoltare, guardò a fondo: era Linfa, Linfa viva che si muoveva in lui.

Incredulo disse allo Gnomo ciò che vedeva.

Lo Gnomo gli spiegò che le foglie, i fiori, e i frutti, nascono grazie alla linfa oltre che al caldo sole, all'aria di primavera e alla pioggia.

"Se hai Linfa dentro di te hai tutto", gli disse, "Non occorre chiedere più nulla a nessuno, ma insieme all'acqua, alla luce, all'aria, agli altri rami, le foglie rinasceranno: le hai già dentro".

Il ramo, immediatamente si sentì più forte, rinvigorì: aveva la Linfa in sé, non doveva più chiedere consigli, gli bastava lasciar vivere la Linfa che circolava in lui. La Linfa da cui, un giorno, sarebbero rinate le amiche foglie.


21 febbraio 2008

Senza...


Benedetta maledetta scrittura

benedetto affetto

sussulto inutile del corpo

desiderio che s’accende per sopirsi

destinato alla dissolvenza;

appagamento postumo

del desiderio defunto

della meta spostata

trasformazione o miracolo

o beffa del tempo

che tutto aggiusta.

*




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17 febbraio 2008

MI REGALI UN FIORE...?

“l'uomo che sogno sarà quello che ama in me la donna che non dipende più da lui...” - La donna mancina, Peter Handke 1976

SE LA AMI, risparmiale il rito banale dei fiori; fiori recisi e tristi. Oppure fai che il sacrificio di una vita delicata e indifesa come quella di un fiore, valga almeno la pena e non diventi simbolo di un gesto tanto consueto quanto vuoto: il solito fiore delle feste comandate, un ulteriore gesto di maniera al servizio del consumismo, chiamato spesso per sopperire alla mancanza di creatività quando mancano affetti veri e gesti autentici.

Se davvero la ami, colora la stanchezza del suo quotidiano, profumala con un po’ di eccezionalità. Anche la stanchezza va premiata; e allora l’uccisione di un fiore non sarà un atto vano.

Per un gesto di generosità, fosse anche offrire un fiore se lo si preferisce ad altro, non occorre una festa, una ricorrenza o un santo che benedica il gesto quel dato giorno sul calendario, non occorre che sia il giorno di San Valentino o l’8 marzo. Non occorrono io credo, nemmeno atti eroici o vistosi, l’eccezionalità di carattere o di comportamento di chi lo riceve. Ogni donna ha le proprie esigenze, le proprie forze e le debolezze, i propri eroismi e le fughe, piccoli o grandi, ma propri solo a lei, non a tutte. Anche i giorni. Sono tutti buoni per scoprire in ogni donna il piccolo (ma a volte davvero grande) combattente che vi si cela, ma non sempre si fa notare. Naturalmente serve anche volerlo distinguere, ma non tutti (gli uomini) sono disposti. Per meritarsi questo dovuto riconoscimento, alla donna non servono eroismi particolari; è sufficiente la necessità di conciliare lavoro e maternità, il duplice impegno che prima o poi investe la stragrande maggioranza di noi, eppure...

Tutto è trascurabile e tutto è speciale, tutto è quotidiano e tutto è meritevole di grande attenzione. Vale per entrambi, per chi da e per chi riceve, vale per il modo in cui si considerano i fatti della vita (sempre eccezionali, anche se talvolta solo in potenza). Non è mai il gesto in sé, il comportamento da premiare o il premio, ma ciò che vi sta dietro e che è molto più sottile: le singole soggettività, uno sguardo, una parola, una lacrima, un sorriso, spesso il silenzio quando il resto viene a mancare; sono (anche) i fiori, i cioccolatini, la cena romantica, il viaggetto o quant’altro.

Se la ami, se le vuoi bene ma davvero, cerca invece di capirla, non di conquistarla (cioè comprarla) riempendola di oggetti senza altro significato che un prezzo di mercato, cerca di aiutarla, non di offenderla riducendola ad una minorata, promuovi la sua emancipazione su tutti i piani. Fai tue le sue lotte, difendi le sue conquiste, stalle accanto nei momenti più importanti della sua vita, nelle scelte più dolorose. Proteggila dagli ipocriti e dai prepotenti, dai finti moralismi retrogradi e bacchettoni della chiesa, dall’indifferenza e la sudditanza della politica che continua ad essere un feudo maschile, almeno in Italia. Difendi il suo corpo e la sua salute. Non è un mero oggetto di desiderio, il tuo, ma anche lei come te un soggetto; un individuo desiderante. Non un’incubatrice per i tuoi figli non ancora nati, ma un corpo in cui risiede un’anima con un destino tutto da compiersi che spesso si fa (ri)conoscere proprio mentre si sta compiendo e non prima. Non un mezzo, ma un fine (leggi Kant!). Difendi le sue scelte anche quando non sono le tue. E allora lei sarà sì Tua, ma senza nemmeno l’ombra del possesso. Si possiedono gli oggetti, non le persone.

Mi regali un fiore...?

http://www.firmiamo.it/liberadonna

Ivana Radovcic; per sorridere... 


7 febbraio 2008

Abbi cara...

 “...la pianta, una specie di trifoglio gigante, ha dei fiori molto piccoli, rosa e innocenti come la voce dei bambini delle elementari che imparano una canzone...”

Uno stralcio dal capitolo 5 intitolato ‘Direi il mio amore in un sospiro’ tratto da “Abbi cara ogni cosa – scritti politici 2001/2007” di John Berger: fine studioso e intellettuale, critico d’arte, pittore, giornalista, ma prima ancora uomo del nostro tempo, attento e sensibile ad ‘ogni cosa’ come preannuncia la citazione del titolo alquanto accattivante. Il libro è una collezione di saggi prevalentemente politici, ma non solo politici; oppure tali nella misura in cui ogni movimento, pensiero, gesto del corpo o dell’anima di chi vive in società non è mai privo di significato politico: ovviamente i sistemi, le amministrazioni, le idee, gli atteggiamenti, la giustizia, il terrore, la guerra, la paura; ma anche e non di meno la volontà, la tristezza, la disperazione, la morte, l’amore, il desiderio... persino la fotografia o... le pietre, crederci!

Il capitolo in questione è sostanzialmente dedicato ad un amico perduto precocemente, una specie di requiem senza davvero nulla di disperato o di tragico, senza traccia di sentimentalismo vanitoso e inutile. E’ soltanto profondamente toccante, ‘diversamente toccante’ alla maniera singolare del pensatore inglese, francese di adozione.

Trattasi di un colloquio intimo con Nazim Hikmet in cui Berger immagina di chiamare il poeta a suo sostegno nel momento di crisi profonda per la grave perdita. Hikmet, che Berger aveva conosciuto precedentemente, è il poeta del dolore per eccellenza, ma anche della speranza e del coraggio, del superamento del dolore, della più grande dichiarazione d’amore alla vita. Hikmet, uomo sensibile e di grandi ideali, morì di malattia dopo una vita di stenti e di duro carcere per le sue idee, ma proprio in cella scrisse almeno la metà delle sue poesie.

Come tributo al piccolissimo, ma prezioso libro di Berger, come tributo alla sensibilità che è bellezza e a tutte le cose che piccole o grandi meritano la nostra attenzione e l’affetto, anche come dono ad una bimba amica appena arrivata al mondo, mi è piaciuto parafrasare Berger. Perdonate, è nato questo:

“...un fiorellino delicato su uno sfondo un po’ terragno e un po’ celeste, come il primo pianto dei neonati che ancora incerti fra terra e cielo imparano a respirare... e che la vita è da subito dolore e privazione...”

con tenero affetto, C.




13 gennaio 2008

Punto. E ancora a capo...


legge pensa vive muore

ma non scrive

puntualmente lo decide

per dire e commentare

per vivere o morire

per quell’eterno andare a capo


ma poi non scrive

- era scrivere ciò che voleva veramente? -

una volta iniziato

puntualmente s’interrompe

“non la reggo più la scrittura

o lei non regge più me

una me così pesante

troppo”


si dimena invano

in mezzo al suo vivere o morire quotidiano

le mille diffcoltà

le smilze gioie

pensa e ripensa

per rinascere e poi morire ancora

per quell’eterno ricominciare

da capo


ma soprattutto desidera

come se desiderare fosse ancora possibile

o permesso


anche pensare:

pratica deleteria e logorante in certi casi

potendolo fare

non sarebbe meglio spegnere il pensiero?

- s’è mai sentito

d’un imbecille infelice? -

quel pensare ottuso e assurdo

che non l’abbandona

nemmeno adesso

che crede in poco

e spera in niente

ma ancora ardentemente desidera


eppure no:

questo desiderare non è segno di vita

è solo un paradosso

il colmo del pessimismo d’un’anima persa

un gioco perverso della mente

che inganna


un vano e stupido desiderare

nel tempospazio

di cose che lei credeva perdute

ma ancora sono là

tutte là

sempre là

oltre il tempo e lo spazio

oltre il giogo della mente

nella gioia senza fine

delle anime ritrovate


punto.

e ancora a capo.









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permalink | inviato da iltaccuinobianco il 13/1/2008 alle 23:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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